Di MAURIZIO MOLINARI per UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane):

Le leggi razziali furono la negazione del Risorgimento perché offesero la riconquistata unità dell’intero popolo italiano. Benito Mussolini che le volle per compiacere Adolf Hitler e il re Vittorio Emanuele che le promulgò allineandosi con i più brutali dittatori ne portano la responsabilità e la condanna più nitida per entrambi arrivò il 2 giugno del 1946 con il referendum che proclamò la Repubblica.

Se era stato lo Statuto Albertino a gettare il seme del Risorgimento e dell’emancipazione degli ebrei che si sentirono finalmente parte integrante di un’identità nazionale, e se le  leggi razziali avevano travolto proprio questo Risorgimento, ora il popolo sovrano con un referendum ripristinava la dignità della nazione facendo nascere la Repubblica basata sulla nuova Costituzione. Anche grazie all’articolo 3 che elenca tutte le distinzioni vietate, inderogabili e in alcun modo modificabili con eccezione di legge. Un imperativo destinato a  tutte le istituzioni della Repubblica, affinché ogni barriera sia rimossa tra i cittadini.

Non poteva esserci sentenza più vibrante, sottoscritta dalla maggioranza dei cittadini italiani, ma nei mesi che seguirono giustizia non fu fatta.

Molti ebrei che tornarono sui posti di lavoro – soprattutto ma non solo nell’accademia – li trovarono occupati. Chi li aveva usurpati grazie alle leggi razziali, non voleva restituirli. E l’amministrazione pubblica fece spesso resistenza: non voleva pagare gli stipendi arretrati, non voleva assegnare gradini professionali dovuti, non voleva allontanare gli usurpatori. E così a ex perseguitati come il giurista Renzo Bolaffi e lo psicologo Enzo Bonaventura,  venne negato il reintegro nella cattedra di docente ordinario. E all’otorinolaringoiatra Aldo Lopez vennero negati anni di stipendi arretrai. E così molti, tra cui il fisico Giulio Raccah e  Renzo Toaff scelsero di emigrare in Israele, optando per una nuova patria. Ma non è tutto perché anche molti dei delatori che avevano venduto gli ebrei ai nazifascisti per 5000 mila lire a testa, condannandoli a deportazione e morte, non pagarono: fu l’amnistia voluta da Togliatti a farli uscire da prigione.

In troppi fra i perseguitati non ebbero giustizia, e troppi responsabili delle persecuzioni non pagarono per le loro azioni. Fra questi ultimi, spicca il nome di Gaetano Azzariti, presidente del famigerato “tribunale della razza”, che dopo la guerra diventò sottosegretario alla giustizia, e quindi dal 1955 al 1961 fu presidente della Corte Costituzionale. Una vergogna. Tutto ciò fa parte oggi dell’identità dei sopravvissuti, e ogni singolo ebreo italiano oggi è un sopravvissuto. Fa parte dell’identità dei sopravvissuti al pari della memoria della zona grigia, come Primo Levi definiva coloro che avevano assistito impassibili alla persecuzione, perché, come ha  scritto Elie Wiesel, “ciò che più ferisce le vittime non è la violenza dell’oppressore, ma l’indifferenza dei passanti.”

Ricordare l’indifferenza di chi non reagì alle discriminazioni, ricordare la violenza di chi le applicò, e ricordare il dolore di chi le subì, significa rinnovare la consapevolezza che resta il  rispetto per la Costituzione repubblicana la migliore garanzia contro il ritorno delle barriere dell’odio tra i singoli cittadini.