La storia di un monumento fra i più antichi della città di Messina che ha resistito agli eventi bellici e calamitosi conservandosi pressoché intatto fino ai giorni nostri

Chiesa di Sant'Elia La chiesa di S. Elia, narra Giuseppe Buonfiglio e Costanzo nell’opera “Messina città nobilissima”, apparteneva anticamente ad una confraternita di disciplinanti, congregazione fondata sulla regola di vita di San Francesco di Assisi, avente il compito di espandere gli insegnamenti francescani, basandosi, soprattutto in passato, sulla comprensione dei bisogni quotidiani della gente, facile preda della paura, dell’odio e dell’amoralità.

L’opera dei Disciplinanti in Messina, sottolinea Alessandro Fumia in “La Chiesa di Sant’Elia”, deve essere stata eccelsa, visto che in questi luoghi la presenza francescana si manifestò fin dall’inizio del XIII secolo; esiste quindi la possibilità che una delle prime congregazioni possa essersi insediata nella vetusta chiesetta intestata al Profeta. L’atto notarile stipulato il 5 luglio 1462 con Antonello da Messina per la realizzazione di un gonfalone rappresenta un documento di particolare rilevanza poiché fa risalire la presenza del monumento della chiesa di Sant’Elia al XV secolo.

Successivamente, precisa Caio Domenico Gallo negli “Annali della città di Messina”, fu annessa ad un monastero femminile sotto la regola di S. Francesco di Paola e nel 1638 le monache passarono all’ordine degli Eremitani di S. Agostino. “[…] La chiesa – prosegue il Gallo – fu ingrandita ed abbellita nel 1694 […]”: Franco Chillemi, in “Il centro storico di Messina”, e lo stesso Fumia ritengono probabile che l’intervento sia stato necessario per i danni arrecati dal violento sisma del 1693. A conclusione dei lavori, nel 1706, il cappellone fu affrescato dai Filocamo che realizzarono, come si evince dalle parole del Gallo, anche altri dipinti: “[…] La Cena del Signore nell’altar maggiore; il S. Francesco di Paola; il S. Elia; le Sante Donne a pié della Croce, sono tutti del pennello del testé lodato pittore […]”.

Chiesa di Sant'Elia Con la peste del 1743, evento drammatico per la città dello Stretto, Sant’Elia fu eletto Patrono di Messina. Il 27 luglio di quell’anno, infatti, si acconsentì a professare pubbliche preghiere nella chiesa di Sant’Elia poiché nei dintorni di Messina, grazie alla sua intercessione, si erano compiute una serie di grazie che sanarono moltissima gente dal morbo della peste. Il Senato cittadino, precisa il Gallo, concorse “[…] per voto celebrato nel 1743, nel cui giorno fu eletto per patrono della città, e per intercessione appresso Dio in quelle urgenze calamitose del contagio, per il quale fine ogni anno la città gli presenta due cerei di libbre 62, e va a sentire messa […]”. Tradizione questa che troviamo ancora nel 1804, nonostante le condizioni e le ristrettezze in cui versava a quel tempo il Senato, in quanto si ritenne giusto mantenere fede all’impegno assunto omaggiando il profeta con i due ceri in memoria del suo intervento in favore della città.

Il terremoto del 1783 provocò seri danni e certamente crollò il soffitto affrescato. Ricorda Gaetano Oliva negli “Annali della città di Messina” che “[…] Ebbero poi a soffrire gravissimi danni, rimanendo per qualche tempo inutilizzati, i seguenti pubblici monumenti: […] la chiesa di Sant’Elia, dove cadde la volta, e insieme con essa andaron perduti gli affreschi bellissimi del cav. Filocamo […]”. La Chiesa viene menzionata sia nell’opera di Giuseppe Grosso CacopardoGuida per la città di Messina” del 1826, dove si legge che “[…] nella chiesa del monisterio di S. Elia tatt’i freschi, e le pitture ad olio, sono della famiglia de’ Filocami pittori Messinesi, e sono delle loro più belle opere, specialmente le gesta di Mosé dipinte nella tribuna in varj quadroni ad olio, colla massima diligenza finiti […]”, che in quella di Giuseppe La Farina, “Messina nell’800” del 1840, il quale limita così la descrizione: “[…] In essa tutto che v’è di pittura è opera dei fratelli Filocami, siano affreschi, siano tele ad olio […]”.

Chiesa di Sant'Elia Nuovi interventi di restauro furono eseguiti nell’Ottocento, necessari soprattutto dopo gli eventi bellici che videro protagonista la città di Messina nel 1848 allorquando si verificò un episodio, nel quale si distinsero le monache del monastero di Sant’Elia, sapientemente descritto dal Fumia: “[…] i soldati borbonici, prendendo d’assedio il monastero di Santa Chiara, sul piano Terranova, incominciarono a sparare sulle barricate erette dai cittadini, quasi sopraffacendoli: le monache, accortesi dell’imboscata, s’attaccarono alle campane per chiamare a raccolta il popolo, che, accorso in gran numero, poté sfruttare la posizione strategica di quelle fabbriche per dare addosso con la fanteria a quei facinorosi, i quali, soffrendo quel tiro al bersaglio, portarono a casa la pelle per l’intervento in loro favore, delle artiglierie della Cittadella che per un quarto d’ora bombardarono tutt’intorno, fino a che intervenne una fregasta inglese, tacitandole […]”. Successivamente si procedette con gli interventi di restauro e nel 1859 si ebbe, come evidenzia l’Oliva, la riapertura della chiesa dedicata al Profeta: “[…] Degne di ricordo sono pure la riapertura al pubblico culto della chiesa di S. Elia, avvenuta nell’anno 1859, dopo che, riparati i guasti ricevutine al 1848, venne decorata di bellissimi affreschi di Giacomo Grasso, che egregiamente innestolli à pochi che rimanevano degli antichi del Cav. Filocamo […]”.

Giuseppe Principato, nell’opera “Messina prima e dopo il disastro”, precisa che Giacomo Grasso restaurò la chiesa di Sant’Elia dal 1857 al 1862, ripristinando l’affresco alla volta della navata, raffigurante Sant’Elia sul carro di fuoco ed il suo compagno Eliseo che cercava di trattenerlo, riprendendo fedelmente l’opera crollata nel terremoto del 1783, eseguita da Antonio Filocamo, e restaurando anche la pala pittorica della cena all’altare maggiore, opera olio su tela del medesimo artista.

Chiesa di Sant'Elia Dopo l’Unità d’Italia, nel 1866, furono incamerate dal governo molte strutture ecclesiastiche fra le quali anche il monastero di Sant’Elia, che divenne sede del corpo della Guardia di Finanza mentre la chiesa fu trasformata in magazzino. Nel 1903, l’organo militare che gestiva il monastero espresse la volontà di incamerare la chiesa, ma le autorità preposte si opposero ricusando la richiesta in difesa del patrimonio artistico conservato. In merito all’interesse di uomini illustri messinesi si ritengono significative le parole di Gaetano La Corte Cailler che nell’opera “Il mio Diario 1893-1903” scrisse: “[…] 7 febbraio 1903 – La chiesa di S. Agata già dei Minoriti è cadente, anzi nella metà verso l’altare maggiore non si celebra più la messa pel continuo pericolo che presenta. Io proposi ai confrati di abbandonare la chiesa e chiedere al Comune S. Elia. Accampano però l’osservazione che S. Agata è in centro alla città mentre che l’altra no, e vorrebbero piuttosto restaurare S. Agata. Io insisterò, poiché i confrati di S. Giuseppe non vogliono S. Elia e questa è peccato che si perda: meglio la chiesa di S. Agata, che non val niente […]”.

Chiesa di Sant'Elia Il terremoto del 1908 risparmiò il monastero, che conservava ancora nel chiostro tracce rinascimentali, mentre la chiesa subì limitati danni consistenti nel crollo del soffitto aderente alla parte superiore della facciata. Si legge infatti nella relazione del prof. Giovanni Mario Columba del 16 maggio 1909: “[…] S. Elia. Monumento Nazionale. Crollata una parte del tetto aderente alla facciata: il resto non è in cattive condizioni […]”. Durante la ricostruzione scomparve il monastero mentre la chiesa fu risparmiata e, superata la fase delle demolizioni indiscriminate, se ne dispose il restauro per conservare un esempio di edilizia religiosa preterremoto, di non eccelsa qualità, sottolinea Franco Chillemi, ma utile come documento artistico della città distrutta. “[…] Purtroppo – prosegue il Chillemi – i restauri furono eseguiti con criteri irrazionali: ad opera del Barbaro l’edificio subì una totale ingabbiatura antisismica e fu alterato con la creazione di un pronao e l’erezione di una nuova facciata imitante quella antica. Siffatti interventi, del tutto ingiustificati, hanno alterato il profilo originale dell’edificio nel tentativo mal riuscito di adeguarlo alla nuova realtà: infatti la chiesa era rimasta arretrata rispetto alla nuova strada e su un livello inferiore a causa dell’innalzamento del suolo […]”.

Chiesa di Sant'Elia Il 14 settembre del 1911 la chiesa di S. Elia ritornò alla sua antica destinazione per opera dell’Arcivescovo Monsignor Letterio d’Arrigo, che permise, qualche anno dopo, di ricevere la compagnia di San Francesco dei Mercanti e, nel 1924, quella di San Giuseppe al palazzo o dei falegnami; dal 1926 venne utilizzata nuovamente quale magazzino, al fine di custodire le Varette, esposte in processione nel giorno del Venerdì santo.

Chiesa di Sant'Elia Durante la Seconda Guerra Mondiale, Messina fu martellata da una pioggia battente di bombe. Ciò nonostante vennero risparmiati la chiesa di Sant’Elia e l’annesso monastero. La milizia fascista, che presidiava il vecchio monastero, niente affatto intimorita dagli eventi, cercò ancora una volta, adducendo motivazioni inerenti la sicurezza d’ordine pubblico, di annettersi l’area della chiesa: deciso l’abbattimento non fu portato a compimento in quanto, in un ennesimo bombardamento, fu centrata in pieno la caserma della milizia stessa. La chiesa subì danni al tetto dove le schegge impazzite, conficcandosi in più punti, rovinarono gli affreschi della lunetta e del cappellone di copertura della navata ferendo mortalmente l’affresco raffigurante Mosé che fa scaturire l’acqua dalla pietra ma risparmiando gli altri affreschi dei Filocamo.

La fama di un monumento è basata sulla conoscenza della sua storia e questa che abbiamo appena narrato è quella singolare e meravigliosa della chiesa di Sant’Elia. Opera memorabile esistente dal XV secolo nel tessuto urbano mamertino, perla d’arte degna di tramandarsi alla posterità, non può non suscitare l’interesse degli stessi messinesi e di quanti, in transito a vario titolo nella meravigliosa città dello Stretto, vorranno dedicarle parte del proprio tempo. A memoria resteranno eterne le parole dei cronisti e degli autori che accompagneranno nel tempo il lungo viaggio dell’importante e pregiato monumento messinese.