ph © rosellina garbo 2018

La recensione di Achille Bonifacio:
“Ca-ro no-me che il mio cor/Festi per primo palpitar,/Le delizie dell’amor/Mi dei sempre rammentar!”

Non ci sono stati i respiri d’espressione tra le sillabe <<Ca-ro-no-me>> (li imponeva Toscanini alla Toti, e così cantava l’affascinante Virgilia Zeani) o il lungo trillo sul Mi in <<pianissimo lontano>> che chiude l’aria ch’è pagina che entra di diritto della “belcanto-renaissance”. Maria Grazia Schiavo, la Gilda di questa edizione del Rigoletto al Massimo di Palermo, è un formidabile soprano belcantista così opulento e affascinante, una voce con una tecnica ben salda e con un “ambitus” così esteso e carico di emozioni. E George Petean, protagonista nel ruolo del titolo, superbo in tutte le arie, con una tecnica eccezionale, pregevole nella interpretazione scenica quanto nella voce avvincente e avvolgente stentorea quanto morbida e delicata. Un vero belcantismo da seguire attentantamente.
Per esempio, <<E’ follia!>> di Rigoletto, finisce in pianissimo. Non è un grido di vendetta ma è un suo pensiero (Si chiede <<ma veramente sto impazzendo?>>). Tra l’altro Rigoletto non vuol far sapere dove abita, e allora non è che si possa mettere a gridare <<E’ follia!>> con quanta voce ha in corpo.. . Altro esempio, <<All’onda, all’onda!>> Si è di notte, non si può gridare, vorresti farlo, ma non puoi; e allora lo <<urli>> (metaforicamente) a te stesso. Considerando anche che Rigoletto vuole fare alla svelta, non certo mettersi lì a urlare. Con momenti di lancinante presa emotiva: come il “Cortigiani “ che Rigoletto rivolge a se stesso comprendendo la propria tremenda responsabilità, solo nella scena deserta, al centro di un cono di luce.
Ivan Ayon Rivas (in sostituzione di Giorgio Berrugi, nella parte del Duca di Mantova) con voce sicura, morbida, insinuante, così da creare un personaggio di torbida incisività. E ottimi i ruoli di fianco: tonante come deve, ma senza alcun birignao, lo Sparafucile di Luca Tittoto, di forte spicco il Monterone di Sergio Bologna, cantata benisimo (cosa rara) la Maddalena di Martina Belli.Il Direttore accompagna con estrema proprietà,una bacchetta alquanto perentoria; il suono dell’orchestra è favoloso, dai violoncelli e contrabbassi che accompagnano le scene più drammatiche, insieme agli ottoni e a i timpani. E la sezione legni e gli archi, specie nei pianissimi.

Uno spettacolo come questo non solo si presta, ma direi imponga il ritornare sulla vexata quaestio dell’essere lecito o no per un regista impostare da un’angolazione diversa il contesto narrativo di una delle opere cardine del repertorio. Oggi, nel mondo contemporaneo, sono cambiate molte cose. Non hai più una sala da concerto, ma una scatola vuota da riempire di segni che è il teatro. E’ tutto più complesso. Tocca al regista fare qualcosa di efficace teatralmente : questo è il modo migliore per celebrare quella musica e quella storia. Renderla potente, efficace, viva, emozionante e coinvolgente.

Bisogna fare teatro, si deve fare qualcosa che sul palcoscenico vibri di emozione. I modi e i linguaggi per farlo sono diversissimi, ogni regista ha i suoi. Alla condizione che il pubblico non si accontenti di spettacoli che non lo turbino. Per il sottoscritto, la risposta dovrebbe essere ovvia. Se tale angolazione serve ad approfondire la natura dei suoi personaggi, l’operazione è lecita. Se questo approfondimento procede su una via irta di quiz non immediatamente decifrabili o, peggio, s decifrazione multipla: la questione si fa più delicata, e oggi come oggi mi sento di dire che è operazione ormai vecchia se non proprio decrepita. Tutt’altra cosa se s’impostano contesto e situazione di partenza diversi dal consueto, ma poi la vicenda raccontata è sostanzialmente identica, e se soprattutto il racconto è serrato, logico date le premesse: allora, oltre ad avere una regia in luogo del campionario di gesti stereotipati visti e stravisti, moltissime notazioni psicologiche possono essere meglio portate in primo piano e molto meglio possono essere fatte proprie da un pubblico di oggi. Ovverosia, si fa teatro. E facendolo, si rende l’unica vera giustizia ad autori come Verdi che proprio a questo mirava ( “Le mie note, belle o brutte che siano, non le scrivo a caso: procuro sempre di dar loro un carattere”). John Turturro sceglie un linguaggio abbastanza tradizionale, con scene di grande effetto: Gilda , una fanciulla chiusa in un castello dorato, tutta vestita di bianco ad evidenziarne purezza e innocenza. Gilda, reclusa, trattata come una bambolina priva d’anima. Sicché quando mostra di volerla, ed è logicamente diversa da quella immaginata da Rigoletto, finirà male, ma ha comunque tentato di vivere. E se non è riuscita la colpa è della sua cecità e di quella del padre? Padre che comprende le ragioni di quanto è stato:.. Fino alla fine, scena madre, quando compare, sotto i riflettori delle luci, eterea e spettrale con drappo rosso a mostrane il sangue. Mentre si compiva il dramma di un padre, colpito dalla maledizione <<Quel vecchio maledivami!>>.

Ci si accorge con tale perentorietà quanto profondo, articolato, ambiguo, gigantescamente shakespeariano sia il ritratto costruito da Verdi. Reso possibile con un baritono, George Petean, di formidabile statura scenica e vocale d’interprete che piega la sua splendida voce e l’ottima tecnica con cui la governa.

Un linguaggio ostentatamente cinematografico, quello di Turturro. Con delle scene bellissime di Francesco Frigeri e le masse corali come delle performance di Bill Viola, piuttosto che minimal, e le luci affascinanti di Carletti, che tutto ha avvolto nelle spire di una nebbia grigio fumo che è il l colore che avvolge le performace di Bill Viola (dentro l’opera). Soprattutto, vi domina un alone asettico anaffettivo spettrale di solitudine. Ciascuno estraneo a se stesso e agli altri. Gli interpreti cantano rivolti al pubblico come per coinvogerli, e come correspensabili dell’alienazione e della solitudine di una società angosciata e addolorata. Ma è vero soltanto che Giuseppe Verdi ha voluto evidenziare una società corrotta, amorale e cortigiana nella sua viltà. Verdi ha tratteggiato un secolo meschino, borghese. E ha ambientato tutti i suoi capolavori nel Settecento del Rinascimento nei cui ideali credeva fervidamente, e traditi dalla sua classe dirigente. Dopo Giuseppe Verdi, l’Ottocento è diventato definitivamente picolo borghese.

INTERPRETI
Rigoletto, George PETEAN
Duca di Mantova, Ivan Ayon RIVAS (In sostituzione di Giorgio BERRUGI, indisposto)
Gilda, Maria Grazia SCHIAVO
Sparafucile, Luca TITTOTO
Maddalena, Martina BELLI
Giovanna, Carlotta VICHI
Conte di Monterone, Sergio BOLOGNA
Marullo, Paolo ORECCHIA
Matteo Borsa, Massimiliano CHIAROLLA
Il Conte di Ceprano, Giuseppe TOIA
Contessa di Ceprano, Adriana CALI’
Usciere di corte Antonio BARBAGALLO
Paggio della Duchessa, Emanuela SGARLATA

RIGOLETTO
Opera in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave
Direttore Stefano Ranzani
Regia John Turturro
Coordinatrice del progetto registico Cecilia Ligorio
Regista collaboratore Benedetto Sicca
Scene Francesco Frigeri
Costumi Marco Piemontese
Luci Alessandro Carletti
Coreografia Giuseppe Bonanno
Assistente alle scene Alessia Colosso
Assistente ai costumi Sara Marcucci
Orchestra e Coro del Teatro Massimo

Immagini della “prima” concesse dall’Ufficio Stampa del Teatro Massimo di Palermo. Dall’alto: John Turturro in sala; George Petean e Maria Grazia Schiavo; Ivan Ayon Rivas; Stefano Ranzani; il Cast.

 

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