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Ci sono luoghi, creati dagli uomini per gli uomini, per ricordare… il passato, le tragedie, le persone amate. Luoghi della storia e della memoria, ma non quella lontana, dei libri di scuola, delle battaglie epiche. Un’altra storia, fatta di affetti, di ricordi d’infanzia, di racconti di nonne, di tradizioni di famiglia.
Il cimitero di una città è memoria personale e collettiva, è testimonianza di quello che è stato e profezia di quello che potrà essere. Il Gran Camposanto di Messina è tutto questo e forse qualcosa di più, secondo in Italia per grandezza, pensato dall’architetto Leone Savoja come un grande parco cittadino da vivere, sede ultima di illustri messinesi, quali Giuseppe La Farina, Tommaso Cannizzaro, Ettore Castronovo, e da ultimi oggi Adolfo Celi, Tano Cimarosa e il maestro Eugenio Arena, galleria d’arte contemporanea all’aperto, immersa nel verde di una lussureggiante vegetazione mediterranea. O almeno lo è stato dal giorno della sua inaugurazione, nel 1872, sino a qualche tempo fa. Oggi della storia, dell’arte, delle felici contaminazioni culturali del passato, testimoniate da aree come il Cimitero degli inglesi o la sezione Acattolica, rimane solo qualche resto. Perché la memoria, da sola, non può stanziare fondi o provvedere alla propria manutenzione, né sopravvivere agli atti vandalici, all’incuria o alle pastoie burocratiche. Se dei “curatissimi giardini” di un tempo non è rimasta traccia, o è stata sepolta dalla natura lasciata a se stessa che cresce, irrompe e ricopre, e delle arcate, delle cappelle, dei passaggi, delle scalinate, delle vetrate lavorate, dell’architettura liberty del Cimitero – come si legge nelle guide – si intravedono solo muri scrostati, caduti, pericolanti o invasi dal verde impietoso, allora la memoria muore. Muore per mano delle amministrazioni noncuranti o distratte che ignorano o dimenticano, muore per mano dei cittadini (ma anche gli amministratori sono cittadini) che qualche giorno l’anno percorrono i viali poco curati, superano le tombe dai marmi sventrati, le sculture rovinate, i muri pericolanti, le cementazioni selvagge, per raggiungere i propri defunti e non se ne accorgono, non denunciano, magari ignorano. Forse il punto è proprio questo, l’ignoranza, intesa non come uno snobistico sapere da indottrinati, ma come incapacità o mancanza di volontà nel vedere, sapere, conoscere, conservare. Sapere richiede impegno, sollecita la coscienza e a volte spinge persino a “fare”, e “fare”, in una città come Messina, può essere sconveniente, per sé e per gli altri. Allora facciamo finta di niente, continuiamo a vivere il Gran Camposanto a modo nostro, curando i nostri defunti sino a quando potremo, attraversando le aree più antiche, evitando le parti pericolanti, i muri inclinati, i rami sporgenti. Quando e se qualcuno chiederà conto di tutto questo, per diritto o semplice curiosità, potremo sempre dire che non ne sapevamo nulla, non avevamo visto o, peggio ancora, l’abbiamo sempre detto, ma non era di nostra competenza.