Riflessione di Michele Bisignano

 

La “querelle”su piazza Cairoli, al di là della sua specificità, rappresenta l’emblema di due visioni contrapposte del concetto di “Comunità”,che è alla base del termine “Comune” che definisce qualsiasi tipo di realtà urbana, grande o piccola che sia.

Due visioni che vedono da una parte tutti coloro che, rifacendosi alla “res publica”, intendono che il progetto che dovrebbe significare ogni comunità è quello del perseguimento del “bene comune o bene pubblico”, o , per usare una terminologia di uso amministrativo, del “pubblico interesse”.

 

Da ciò dovrebbe derivare un altro aspetto fondamentale che inerisce al ruolo delle istituzioni, a partire da quelle locali, ed al ruolo di chi viene chiamato a rappresentarle, che dovrebbero essere espletati esclusivamente al servizio di tale interesse pubblico.

Ma l’eccessiva personalizzazione della politica (ed i fenomeni degenerativi che la contraddistinuguono) ha portato ormai a far delineare, in maniera sempre più grave, un altro tipo di logica della gestione della cosa pubblica, e quindi anche della “comunità”, portando alla identificazione, tout court, delle istituzioni con il soggetto, che, temporaneamente, le rappresenta, fino ad arrivare, in taluni casi, ad una concezione “privatistica” della cosa pubblica, con cui le istituzioni vengono messe in secondo piano rispetto alla “persona” che in quel momento svolge un ruolo di gestione politico-amministrativo.

Da una parte la concezione di “bene comune”, dall’altra quella di “robba nostra”, come se l’istituzione e tutto ciò che è correlato ad essa divenisse per un periodo una “proprietà personale”, giungendo anche al parossismo di chiudere (impedendo l’accesso ad un bene pubblico alla comunità) la sede di tale istituzione, come se ci si trovasse di fronte ad una proprietà privata.

Una logica di arroganza del potere che si riflette nei comportamenti di determinate realtà, che pensano di poter assumere decisioni ed iniziative in base ai loro interessi personali e particolari, senza tenere conto minimamente delle esigenze dei cittadini.

Per cui uno spazio pubblico, sia esso piazza, via, area pedonale, marciapiede, o altro, viene occupato ed utilizzato a secondo delle proprie esigenze particolaristiche, siano esse personali o di gruppo, fregandosene delle esigenze della comunità.

Un atteggiamento mentale “malato” che va sempre di più diffondendosi nella realtà cittadina, a cui si va aggiungendo un altro aspetto poco attenzionato che può essere definito come la “periferizzazione” di buona parte del contesto urbano, con un degrado che caratterizzava atavicamente certe realtà periferiche, che non è stato contrastato e risolto, ma che si va estendendo sempre di più in tutta la città.

E’ evidente quindi che in futuro ci si dovrà confrontare fra chi intende proporre un “protagonismo civico”, fondato sui cittadini come singole individualità o realtà associative che propendono per una visione di “bene comune” fondata sul “governo della cosa pubblica”, e coloro che, in nome di un “popolo”, che è una categoria astratta ed amorfa utilizzata strumentalmente dai vari demagoghi, propugnano una concezione della “gestione pubblica”, basata sul particolarismo degli interessi, sulla “personalizzazione salvifica” e sui “culti della personalità”, che vengono glorificati anche quando di “personalità”, che è un elemento molto complesso ed articolato, ve ne è ben poca.