EROINE MESSINESI NELLA GUERRA DEL VESPRO

Trovandosi nella piazza del Duomo spontaneamente l’attenzione ricade sull’imponente complesso monumentale costituito dalla Cettedrale, con il suo campanile, e dalla fontana di Orione.

Il tempo, contemplando tali bellezze architettoniche, sembrerebbe fermarsi se non fosse per i rintocchi melodiosi provenienti, ogni quarto d’ora, dalle campane della chiesa messinese. Il loro suono accompagna lo sguardo dei viandanti sul campanile e, in particolare, su due statue di donna che rappresentano due eroine della guerra del Vespro denominante Dina e Clarenza.

DINA E CLARENZA 01 Al battito delle campane il pensiero di ogni messinese vola, nell’immaginario storico, ai tempi lontani della guerra del “Vespro”, epoca nella quale si compirono le gloriose gesta delle eroine peloritane.

Nell’anno 1282 la Sicilia si trovava sotto il giogo del re francese Carlo d’Angiò. Alla mercè del governo angioino le generali condizioni economiche di Messina e della Sicilia, soprattutto nel periodo dal 1268 al 1282 come sottolinea Enrico Pispisa nel libro “Medioevo meridionale studi e ricerche”, erano nel complesso tutt’altro che floride. Infatti il re francese attuò una inflessibile repressione nei confronti della classe baronale e razionalizzò l’amministrazione dell’isola al fine di potere meglio controllare sia le risorse economiche siciliane, indispensabili per la sua politica di espansione mediterranea, che le forze sociali. Fu, innanzitutto, accentuato il ricambio dei quadri amministrativi con la sostituzione della vecchia classe burocratica, in massima parte costituita da funzionari di Palermo e, per i notai, da operatori originari della zona di Messina, con amministratori forestieri. In questo clima la storiografia locale inquadra la rabbiosa reazione popolare ad un maldestro sopruso operato da alcuni soldati angioini nei confronti di una giovane palermitana che portò alla cosiddetta “guerra del Vespro”.

Il lunedì di Pasqua, alla fine di marzo del 1282, molta gente si era riunita fuori delle mura di Palermo, presso la chiesa del Santo Spirito, per la ricorrenza festiva. I soldati francesi stavano perquisendo la popolazione in cerca di armi. A quanto pare si sospettò che un soldato si fosse preso delle libertà con una donna, cosa che in questa società costituiva, sottolinea Denis Mack Smith nell’opera “Storia della Sicilia medievale e moderna”, un’offesa maggiore della persecuzione politica. Un giovane, alla vista del gesto oltragioso, si impadronì della spada del francese e gliela conficcò nella pancia. Si accese subito una lite furibonda ed in quel momento, mentre la strage si delineava cruenta e sanguinosa, suonarono le campane di tutte le chiese annunciando il Vespro. La rivolta si estese in tutta la Sicilia che in poche settimane venne liberata dai francesi. Messina, che in un primo momento aveva mandato navi ed armati per aiutare gli angioini a reprimere la rivolta, si unì ai rivoltosi espellendo dalla città la guarnigione francese ed incendiandone alcune navi.

La risposta angioina non tardò ad arrivare. Il 24 giugno le truppe francesi conquistarono Milazzo e, sconfitti i rinforzi inviati in soccorso dalla città di Messina, giunsero da sud in prossimità della città mamertina accampandosi sul colle del Tirone. Il sovrano fece circondare la città e pose il suo quartier generale nel convento dei frati predicatori, su quel poggio che per l’evento fu chiamato dagli antichi “Vigna del Re” e nel linguaggio comune detto “Vignazza”. Imponente lo schieramento francese; in proposito, Salvino Greco, valente autore messinese, nel libro “Messina Medievale e Moderna” riporta che le forze francesi contavano 60.000 fanti, 15.000 cavalieri e 40 galee appoggiate da circa 200 varie navi da trasporto.

DINA E CLARENZA 02 Il 5 agosto cominciò furiosa la battaglia ma i francesi, pur essendo riusciti ad aprire qualche piccola breccia nelle mura, furono respinti. Particolare risalto ebbe l’opera delle donne messinesi che combatterono a fianco degli uomini, a guisa delle donne spartane, impegnandosi nei lavori più disparati, dal portare pietre ed oggetti di offesa al rifornire i combattenti con cibi e vettovaglie, offrendo rinfreschi ai propri cari ed animandoli a combattere ed a non abbandonare le sacre mura della patria, poiché dal loro valore dipendeva la vita, la salute e l’onore di tutti. L’intrepidezza delle donne mamertine fu, come riferisce Caio Domenico Gallo negli “Annali della città di Messina”, apprezzata in tutta Italia tant’è che venne esaltata da un famoso componimento poetico, giunto fino a noi grazie all’opera di Giovanni Villani “Cronica”, i cui versi iniziali sono: “Deh com’egli è gran pietate/delle donne di Messina,/veggendole scapigliate,/portando pietre e calcina./Iddio gli dea briga e travaglia,/a chi Messina vuol guastare […].”.

L’8 agosto, approfittando di un forte temporale che si era abbattuto sulla città sin dalle prime ore dell’alba costringendo i difensori a riparare nelle case, Carlo d’Angiò fece attaccare le mura dalla parte del colle della Caperrina (il colle sul quale oggi si trova il Santuario di Montalto). Abbattute le difese, gli angioini penetrarono nella spianata. Prima che potessero consolidare il successo Alaimo da Lentini, valido ed accorto condottiero incaricato della direzione della difesa della città, accorse alla testa delle sue milizie e, dopo aspra battaglia, riuscì a ricacciarli al di là delle mura.

La situazione delle strutture difensive non era rosea poiché le mura si presentavano in parte diroccate. Alla luce delle fiaccole si prodigarono le donne messinesi che, abbandonati i loro abiti eleganti ed indossati dimessi indumenti e grossolane calzature in sostituzione delle raffinate scarpine di pelle e raso, fecero a gara per aiutare gli uomini sostituendosi in più occasioni ad essi, incitandoli, curando i feriti e portando rifornimenti ed armi da utilizzare contro gli assalitori. Agli atti, come riportato da Matilde Oddo Bonafede nel libro “Sommario della storia di Messina”, univano la parola, quella parola che uscita dal cuore di una donna, di una madre crea gli eroi: “Animo cittadini, nel nome della Beata Vergine, durate alle fatiche; Vi serbi alla patria Iddio. Egli li vede e difenderà Messina”.

DINA E CLARENZA 03 Durante la notte, mentre i difensori riposavano affranti dalla lotta e dai lavori di ripristino delle strutture difensive e sugli spalti vegliavano le donne, i francesi tornarono all’assalto. Furono scoperti dalle attentissime Dina e Clarenza, due “donnicciuole di cui l’Italia ingiusta ne tramanda appena il nome” come afferma Michele Amari nel suo scritto “Dalla storia del Vespro”, alle quali era stata affidata la vigilanza di quel settore. Non si persero d’animo e mentre la prima iniziava a contrastare loro il passo gettando pietre ed urlando a gran voce l’altra corse subito in città a suonare il campanone del duomo gridando: “Il nemico alla Caperrina!”. I messinesi, accorsi prontamente, respinsero nuovamente gli angioini fuori le mura e, anche questa volta, Messina fu salva.

Per il fatto appena descritto, cita Giacomo Crescenti nelle “Istorie messinesi”, la torre della Caperrina fu detta da quel giorno in poi torre della Vittoria e le due donne furono salutate con il titolo di eroine e salvatrici della città.

L’assedio durò fino al 26 settembre 1282 e vide continui attacchi proditoriamente respinti dalle valenti milizie messinesi, con stragi di prodi da entrambe le parti, finchè le armi francesi non levarono definitivamente le ancore dal suolo peloritano. E in grazia al valore dei messinesi, la rivoluzione del “Vespro”, iniziata a Palermo il 31 marzo, ebbe il suo compimento in Messina il 26 settembre 1282.
Mons. Angelo Paino, arcivescovo di Messina, volle ricordare l’avvenimento ponendo le statue delle due eroine sul campanile della Cattedrale, inaugurato nel 1933, a battere le ore e i quarti dell’orologio astronomico.

Nel 1935 due grandi sculture a bassorilievo raffiguranti Dina e Clarenza, opere rispettivamente di Giuseppe Sutera e Antonino Bonfiglio, furono realizzate in loro onore ed inserite nel prospetto nord del palazzo municipale.

DINA E CLARENZA 04 Alle eroine la città ha anche dedicato una via che da piazza Basicò adduce al viale Principe Umberto, risalendo l’antico colle della Caperrina sul quale si erge il Santuario di Montalto.
L’episodio testè narrato evidenzia il valore delle due cittadine messinesi ed incarna, nella sua essenza, la storia di tante donne messinesi che nel corso dei secoli sacrificarono la loro vita, i loro affetti ed i loro averi per la libertà e la grandezza della città. Il loro ricordo, quotidianamente evocato dal battito cadenzato delle campane della Cattedrale, continuerà a vivere nella tradizione peloritana costituendo sempre evento di gloria memorabile nel cuore del popolo messinese.